L’Ucraina è più vicina di quanto pensi

L’Ucraina è più vicina di quanto pensi

A causa dei recenti avvenimenti di politica internazionale, il nome dell’Ucraina, che si pronuncia con l’accento sulla “i” e non sulla “a”, è improvvisamente diventato presente in misura massiccia nei media ed è riemerso dalla tradizionale indifferenza a cui releghiamo non poche nazioni. Nonostante questo nuovo interesse, che fa da eco a quello scaturito dall’invasione della Crimea nel 2014, sappiamo ben poco dello stato e de* su* cittadin* che vivono in Italia. 

La comunità ucraina in Italia è la quarta per dimensione (230.639 presenze registrate come regolari nel 2020), preceduta da* migranti di origine marocchina, albanese e cinese. Questo gruppo nazionale si distingue dalle altre minoranze attraverso una serie di caratteristiche peculiari. Prime tra tutte il genere e l’età: si tratta prevalentemente di donne (addirittura nel 78% di casi) con un’età superiore ai quarant’anni. A differenza di nuclei familiari di diversa provenienza, le donne ucraine tendono a evitare i ricongiungimenti familiari, il che comporta una bassissima presenza di minorenni, e a preferire la formazione di famiglie transnazionali. Inoltre, il livello d’istruzione è elevato: il 47% possiede un titolo secondario di secondo grado e il 20% anche un’istruzione universitaria (rispetto al solo 14,8% degli uomini) [1]

La presenza maschile è molto bassa in termini relativi, in quanto gli uomini ucraini seguono schemi migratori differenti: brevi permanenze di 3-5 mesi nei Paesi vicini (es.: Polonia) per lavorare nei settori delle costruzioni, fabbriche, commercio e logistica[2].

La Lombardia e la Campania sono le mete italiane preferite: Napoli, ad esempio, accoglie una storica comunità ucraina che trae origine da antichi rapporti commerciali con il porto di Odessa e da una probabile riproduzione delle traiettorie di migrazione delle donne polacche, che rappresentano un’importante presenza in quest’area[3].

Nel novembre del 2020, il centro di analisi ucraino “La Nuova Europa” ha presentato i dati di un sondaggio in cui erano state coinvolte oltre 4000 persone con l’obiettivo di studiare la percezione dell’Ucraina in Germania, Francia, Italia e Polonia[4]

L’immaginario italiano è risultato più favorevole, con una bassa associazione con elementi negativi come la guerra (in questo caso il riferimento era all’occupazione della Crimea), la povertà e i lavori stagionali. Prevalgono associazioni mentali con concetti spersonalizzati come il commercio e le relazioni economiche, la politica, il gas, l’energia e la storia. Possiamo chiederci però quanto sia effettivamente positiva la mancanza del riferimento alla guerra (citata solo dal 0,6% de* intervistat*), che potrebbe essere letta più come indice di poco interesse e preoccupazione per una situazione così grave e così vicina. 

Questa percezione neutrale si dimostra, infatti, più che altro una questione di ignoranza sul tema, tanto che un* intervistat* su quattro ha affermato di non associare nessun concetto alla nazione in questione. 

La scelta di emigrare dall’Ucraina nasce dall’intersezione tra due fenomeni. Da una parte una tendenza globale alla femminilizzazione delle migrazioni che nel corso degli anni ha portato la quota delle migranti a eguagliare quella della componente maschie[5]; dall’altra, una peculiarità dell’Ucraina che, a seguito della dissoluzione dell’URSS, ha dovuto affrontare forti difficoltà economiche e una crescita della popolazione sotto la soglia di povertà[6]

Per spiegare la scelta dell’Italia come meta da parte di un quarto di milione di persone è necessario comporre un’immagine che prende in considerazione prospettive differenti. 

In primo luogo, la maggior parte delle migranti proviene dall’Ucraina occidentale, regione storicamente legata alla Polonia e annessa all’Unione Sovietica più tardi rispetto ad altre aree: il cattolicesimo è più radicato rispetto alla confessione greco-ortodossa e si emigra più spesso in Paesi occidentali con i quali si percepisce una maggior affinità culturale. Giocano un ruolo importante anche i livelli occupazionali e i salari, che in questa zona sono storicamente più bassi[7]. Il guadagno ottenibile in Italia ha un’attrattiva molto forte, in quanto è superiore rispetto alle cifre che si può sperare di ottenere in Ucraina, anche spendendo i titoli di studio in lavori più qualificati. [8]

Sono inoltre presenti, a partire dal 2014 importanti percentuali di ingressi per motivi di tipo umanitario. Nel 2018, su un totale di 2.425 nuovi ingressi dall’Ucraina, il 30,5% aveva richiesto e/o ottenuto un permesso di soggiorno per asilo e protezione internazionale[9] e la situazione politica attuale non fa presagire in un miglioramento di questi numeri.

Analizzare solo il Paese di provenienza (e i cosiddetti push factors) è, però, alquanto riduttivo: ci sono infatti diversi fattori d’attrazione che incoraggiano l’immigrazione in Italia (pull factors). Tra questi spicca il sistema di welfare basato quasi esclusivamente sul ruolo della famiglia e la conseguente carenza di servizi per la cura de* bambin*, anzian* e disabil*, in misura simile a Portogallo, Grecia e Spagna[10]

La decisione di sopperire alle mancanze del welfare pubblico attraverso il ricorso al lavoro privato è una scelta consapevole della politica italiana: la Pubblica Amministrazione incoraggia l’assunzione di collaborator* domestic* attraverso detrazioni fiscali con l’obiettivo di ottenere un vantaggio economico ben preciso. Questa dinamica permette, infatti, di risparmiare sulle spese di integrazione delle rette di degenza nelle case di riposo, che altrimenti graverebbero sulle casse delle amministrazioni locali. Si calcola che il costo di una degenza e quello dell’assunzione siano comparabili in termini monetari per la famiglia, ma nel secondo caso lo stato non deve contribuire alla creazione e al mantenimento delle strutture pubbliche[11]

Una prova tangibile di questa scelta d’opportunità è l’innegabile tolleranza nel discorso pubblico verso le migranti irregolari inserite in questo mercato del lavoro, tolleranza che non si riscontra in pari misura nei confronti di migranti impiegat* in altri settori. La stessa costruzione sociale di queste figure nel nostro immaginario differisce molto da quella del “profugo” e degli “sbarchi con i barconi”. 

L’Italia, coerentemente con la tendenza degli stati a PIL elevato, sta subendo un processo di invecchiamento della popolazione e aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro[12]. Questa situazione aggrava la mancanza di strutture pubbliche e fa sì che le famiglie abbiano un maggior bisogno di ricorrere a una persona terza, in quanto alla moglie/madre viene richiesto il difficile compito di continuare ad espletare tutti i lavori domestici e di cura in aggiunta al lavoro esterno, senza che sia in questo supportata da una redistribuzione dei carichi di lavoro. 

Tra le leve all’origine della domanda di collaborator* domestic*, possiamo citare anche la volontà di mantenere un contatto più prossimo con le persone care malate o anziane, in modo da permettere loro di passare più tempo possibile con la famiglia e all’interno di un ambiente conosciuto, evitando il ricorso a strutture dedicate[13].

Il fenomeno migratorio ucraino in Italia potrebbe essere quindi presentato dai manuali di sociologia come un esempio perfetto delle “catene di cura internazionale”. Definiamo così quella situazione in cui le donne dei Paesi “occidentali” possono prendere parte alla vita pubblica ed economica soltanto attraverso lo sfruttamento di donne provenienti da altri stati, che le sostituiscono nelle mansioni di cura. A loro volta le migranti lasciano a casa un vuoto nei ruoli di assistenza a bambin*, malat* e anzian* creando ulteriore domanda di forza lavoro posizionata ancora più in basso sulla scalata sociale e razziale, e assumendo donne provenienti dalle campagne o da stati più razzializzati[14].

Il peculiare posizionamento all’interno del mercato del lavoro ha portato a una serie di conseguenze sulla mobilità sociale di chi ha deciso di lavorare in Italia: la retribuzione totale media è inferiore alle somme percepite mediamente da* cittadin* non comunitar*. Da un lato, la quota di assistenti domestic* è molto elevata rispetto al totale de* occupat* e questo tipo di mansione garantisce uno stipendio mensile inferiore di 440 euro rispetto a quello de* lavorator* dipendenti; dall’altra, la prevalenza della quota femminile che aumenta l’incidenza del gender pay gap rendendo il suo impatto particolarmente rilevante sui dati aggregati (la retribuzione media mensile maschile supera quella femminile di oltre 400 euro)[15].

Il lavoro di cura e di assistenza domestica non è un impiego come tutti gli altri e questo impatta sulla possibilità di benessere e realizzazione in Italia. Perché è un lavoro così diverso? Prima di tutto perché spesso viene svolto in co-abitazione con il proprio datore di lavoro, situazione inimmaginabile per molt* italian*, con una conseguente sovrapposizione tra il tempo di riposo e il tempo di lavoro e una mancanza di tempi e spazi privati. 

In un contesto del genere i momenti di contatto con altri ambienti e altre persone sono molto limitati. Difficilmente si riesce a creare un circolo di amicizie o frequentare luoghi che non siano fortemente connotati dal punto di vista della nazionalità, come ad esempio le chiese ortodosse o i parcheggi in cui stazionano i pulmini che fanno la spola tra l’Ucraina e l’Italia, diventati veri e proprio luoghi di ritrovi settimanali. Questa densità di rapporti con la propria comunità d’origine porta alla creazione di una “rete transnazionale”: le migranti appartengono contemporaneamente a entrambe le nazioni e fanno da tramite tra le due società attraverso scambi economici, rimesse, amicizie e reti di condivisione delle informazioni[16]

L’esistenza di questi punti di contatto è sicuramente una risorsa: permette di parlare la propria lingua, di acquistare prodotti e alimenti che non si trovano in Italia e di spedire pacchi ai famigliari. Non dovrebbe però trattarsi dell’unica opzione disponibile per passare il proprio (poco) tempo libero. 

Francesca Alice Vianello, studiosa dei processi migratori presso l’Università di Padova, afferma infatti che la donna ucraina ha la possibilità di passare dal  profilo di migrante in transito (che vive la migrazione come un progetto di breve termine) a migrante permanente proprio nel momento in cui pone termine alla coabitazione: “La disponibilità di uno spazio privato dove trascorrere le ore di riposo e di maggior tempo da dedicare alla socialità favorisce l’allargamento della rete sociale, nonché una più accurata selezione delle proprie amicizie. Esse tendono a frequentare meno i luoghi di socialità ucraina, come le piazze, i parchi, i parcheggi e le chiese, smarcandosi in questo modo dal network comunitario. Le migranti riescono a coltivare delle relazioni sociali più profonde, iniziano a organizzarsi in associazioni e a dedicarsi ai propri interessi.”[17]

La prevalenza di donne dell’Europa centro-orientale tra le assistenti domestiche ha portato, nell’immaginario italiano, all’equiparazione tra la nazionalità e la figura della “badante”[18]. La scelta di chi assumere è fortemente condizionata da pregiudizi razziali e di genere: la quasi totalità sono donne (nella convinzione che la donna, dotata di istinto materno, spirito di sacrificio e maggiore delicatezza e pazienza, sia l’essere che meglio può svolgere i lavori di cura) e c’è una forte preferenza verso le donne bianche e cristiane. In questo modo si sviluppa una segregazione lavorativa che crea un circolo vizioso insieme al pregiudizio secondo il quale alcune nazionalità siano particolarmente adatte a queste mansioni[19].

Aggrava ulteriormente l’immobilità sociale delle migranti la sovraqualificazione e il deskilling: gli alti livelli d’istruzione acquisiti spesso non sono spendibili in Italia per problemi di riconoscimento creando così una perdita di capitale umano e un deterioramento delle capacità acquisite[20]

Fare i conti con i problemi incontrati nel Paese di destinazione è solo una faccia delle difficoltà a cui è espost* chi decide di partire: nel 2014 il governo ucraino si è impegnato in un’azione di stigmatizzazione de* migranti definendol* come “prostitute e disertori” [21]. Quest’azione punitiva riguardava nello specifico coloro che si erano trasferit* in Italia; Cinzia Solari ha sostenuto l’ipotesi secondo la quale questo atteggiamento può essere spiegato con la necessità di consolidare il nation-building, cioè la creazione di una solida identità nazionale, dopo l’uscita dalla zona d’influenza sovietica. In quest’ottica la migrazione viene vista come una minaccia all’unità e al progetto nazionale.

A conferma possiamo citare l’accoglienza che le migranti trovano alla dogana quando tornano in Ucraina: “poliziotti scontrosi e sospettosi; esasperazione dei controlli doganali; redistribuzione forzata di valuta attraverso la richiesta esplicita di tangenti”[22]

È questo il trattamento riservato a figure che sono ormai fondamentali per la sopravvivenza di numerosissime famiglie (nel 2019 le rimesse dall’Italia ammontavano a 173,3 milioni di euro)[23] e che in questo modo sopperiscono alle mancanze del governo. 

La situazione di difficoltà per * migrant* è quindi estrema: divis* tra la precarietà lavorativa, la lontananza dalle persone care, le difficoltà di inserimento in una società nuova e non sempre ospitale a cui si aggiunge il fatto che vengano dipint* come nemic* della patria. La stigmatizzazione del lavoro svolto all’estero e l’associazione automatica con il sex work fa sì di creare, se possibile, ulteriori ostacoli ai tentativi di mantenere unite le famiglie investite dai processi migratori. 

Non sono molte le coppie che sopravvivono al successivo ricongiungimento: da una parte le migranti ottengono una maggiore indipendenza economica e delle nuove abitudini di consumo a cui la famiglia rimasta nel Paese d’origine non è abituata, dall’altra il partner rimasto in Ucraina percepisce una perdita di controllo e del suo ruolo tradizionale di breadwinner, diventando improvvisamente dipendente dai guadagni dalla compagna. Le donne, infatti, tendono ad esercitare un maggior controllo sulle rimesse quando esse vengono inviate ai mariti, rispetto a quando vengono inviate a* figl*[24]

L’implicazione di questo comportamento è quasi evidente: le donne che partono e mantengono i mariti, figl* e nipoti sovvertono le norme patriarcali e il concetto di famiglia tradizionale. L’unico modo per controllarle è quello di far leva sul loro senso di colpa, additandole come madri innaturali che abbandonano il proprio dovere per svolgere attività immorali, costringendo i propri partner a occuparsi di faccende troppo femminili e sottraendo loro la dignità.

Ci sarebbe molto altro da dire, ma è impossibile racchiudere la complessità di una comunità in pochi paragrafi e tanto meno dare dignità alla storia di ciascun individuo. Possiamo sperare soltanto che raccogliere frammenti di verità da opporre al pensiero comune sia il primo passo per imparare ad ascoltare le storie di chi abbiamo davanti e per accorgerci di quei pregiudizi che modellano i nostri pensieri. Così, saranno finalmente le persone al centro dei fenomeni a raccontarli e a raccontarsi. 


[1] “La comunità ucraina in Italia. Rapporto annuale sulla presenza dei migranti.” Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2020.

[2] “Migration and the Labor Market: Ukrainian Women in the Italian Care Sector.” Luisa Salaris, Nicola Tedesco, 2019.

[3] “Domanda di servizi alla persona e immigrazione: tre profili di migranti ucraine.” Francesca Alice Vianello, Autonomie locali e servizi sociali, Fascicolo 3, dicembre 2009.

[4] “What is Ukraine’s perception in the EU? Cases of Germany, France, Italy, Poland.” New Europe Center, 2020. 

[5] “Introduzione alla sociologia delle migrazioni.” Laura Zanfrini, Editori Laterza, ed. 2021. 

[6] “Migrando sole. Legami transnazionali tra Ucraina e Italia.” Francesca Alice Vianello, Francoangeli, 2009. 

[7] Ibidem

[8] “Migration and the Labor Market: Ukrainian Women in the Italian Care Sector.” Luisa Salaris, Nicola Tedesco, 2019.

[9] “Venticinquesimo rapporto sulle migrazioni 2019” Fondazione ISMU, FrancoAngeli, 2019.

[10] “Migrando sole. Legami transnazionali tra Ucraina e Italia.” Francesca Alice Vianello, Francoangeli, 2009.

[11] Ibidem.

[12] “Migration and the Labor Market: Ukrainian Women in the Italian Care Sector.” Luisa Salaris, Nicola Tedesco, 2019.

[13] Ibidem.

[14] “Introduzione alla sociologia delle migrazioni.” Laura Zanfrini, Editori Laterza, ed. 2021.

[15] “La comunità ucraina in Italia. Rapporto annuale sulla presenza dei migranti.” Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2020.

[16] “Migrando sole. Legami transnazionali tra Ucraina e Italia.” Francesca Alice Vianello, Francoangeli, 2009, p. 12.

[17] “Domanda di servizi alla persona e immigrazione: tre profili di migranti ucraine.” Francesca Alice Vianello, Autonomie locali e servizi sociali, Fascicolo 3, dicembre 2009.

[18] “Migration and the Labor Market: Ukrainian Women in the Italian Care Sector.” Luisa Salaris, Nicola Tedesco, 2019.

[19] “Migrando sole. Legami transnazionali tra Ucraina e Italia.” Francesca Alice Vianello, Francoangeli, 2009.

[20] “Introduzione alla sociologia delle migrazioni.” Laura Zanfrini, Editori Laterza, ed. 2021.

[21] “‘Prostitutes’ and ‘Defectors’ How the Ukrainian State Constructs Women Emigrants to Italy and the USA.” Cinzia Solari, Journal of Ethnic and Migration Studies, vol. 40, 2014

[22] “Migrando sole. Legami transnazionali tra Ucraina e Italia.” Francesca Alice Vianello, Francoangeli, 2009.

[23] “La comunità ucraina in Italia. Rapporto annuale sulla presenza dei migranti.” Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2020.

[24] “Migrando sole. Legami transnazionali tra Ucraina e Italia.” Francesca Alice Vianello, Francoangeli, 2009.

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