La speranza dei Rohingya di una vita migliore non può essere solo un’illusione

La speranza dei Rohingya di una vita migliore non può essere solo un’illusione

La speranza dei Rohingya di una vita migliore non può essere solo un’illusione

I Rohingya sono una minoranza etnica, a maggioranza musulmana, che da secoli vive in Myanmar, ma che non sono considerati tra i 135 gruppi etnici ufficiali del paese e dal 1982 sono stati privati ​​della cittadinanza birmana, rendendoli di fatto apolidi, Ad oggi quasi 1,1 milioni di Rohingya si trovano in Myanmar e principalmente vivono nello stato di Rakhine, non possono spostarsi senza il permesso del governo sebbene migliaia di loro siano fuggiti nei paesi vicini via terra o via mare per decenni a causa delle continue violenze e persecuzioni.

Nel 2017 le persecuzioni si fecero più feroci e costanti, molte famiglie si videro costrette a scegliere se rimanere nella terra che dal XII secolo occupano e morire oppure scappare in Bangladesh e affrontare giungle, montagne e fiumi. Oltre 925.000 Rohingya decisero di fuggire e adesso vivono nei campi densamente popolati vicino a Cox’s Bazar, in Bangladesh. 

Di questo milione di persone, il 75% sono donne e bambini. Molte delle donne presenti nei campi subiscono molestie, rapimenti o viene chiesta una parte dei loro guadagni. Una situazione che spinge decine di ragazz* a iniziare un lungo viaggio in barca nel Golfo del Bengala per trovare un futuro, la speranza di tornare a casa è ormai sparita per loro e rimane sempre quella scelta da fare se rimanere in un luogo di sofferenza o sperare di trovare una vita migliore altrove.

La destinazione più ambita è la Malesia, ma il governo impedisce gli sbarchi e una volta partiti il Bangladesh non gli permetterà di tornare. A volte le barche vengono bloccate in mare per settimane, cariche di persone vive e morte, senza cibo né acqua, a volte invece gli stessi trafficanti abbandonano le imbarcazioni lasciando i Rohingya in balia delle condizioni marittime. Ma sebbene queste condizioni siano note a tutt*, il desiderio di vivere dignitosamente fuori da quei campi è troppo grande.

La speranza dei Rohingya di una vita migliore non può essere solo un’illusione

I campi sono come grandi città, la popolazione è enorme ma le infrastrutture sono poche. Per la pandemia e il lockdown imposto dal governo del Bangladesh la violenza di genere è aumentata e i crimini rimangono impuniti perché non esiste un vero e proprio sistema giudiziario. Le case si trovano su pianure alluvionali o su pendii soggetti a frane, basterebbe soltanto un ciclone per spazzare via interi campi e la loro ricostruzione non avverrebbe facilmente dato che i fondi e gli aiuti umanitari sono diminuiti nel tempo.

Il colpo di stato militare del 2021 in Myanmar ha peggiorato la situazione umanitaria, le ONG sono sottoposte a forti limitazioni dal regime e molti campi stanno subendo una carenza di cibo. Bangladesh e Myanmar intendono iniziare il rimpatrio dei rifugiati Rohingya, ma i gruppi per i diritti umani e gli stessi rifugiati affermano che lo Stato di Rakhine non è ancora sicuro per il ritorno.

Intanto circa 20.000 rifugiati Rohingya si trovano a Bhasan Char, “l’isola prigione”, una remota isola nel Golfo del Bengala soggetta a inondazioni e tempeste. Secondo le ONG sono presenti focolai di diarrea e di colera che possono peggiorare la situazione data la mancanza di assistenza e infrastrutture sanitarie. Inoltre, in caso di maltempo, l’isola è tagliata fuori dal resto del mondo.

Le condizioni oppressive che i Rohingya devono sopportare persistono ormai da anni, ogni volta, dopo l’ennesima persecuzione razziale o inondazione queste persone devono ricominciare la loro vita. Intanto come al solito le nazioni occidentali condannano attraverso dichiarazioni alla stampa il genocidio dei Rohingya, ma a parte qualche sanzione degli Stati Uniti verso membri della giunta, non ci sono state vere azioni concrete. Quei tentativi di portare giustizia nel paese sono sempre stati impediti, in molti per esempio hanno chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di portare il Myanmar alla Corte penale internazionale per aver commesso crimini atroci ma le Nazioni Unite non lo hanno mai fatto. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci dell’esilio di questo popolo e soprattutto non possiamo permettere che il limbo in cui vivono i Rohingya diventi una nuova normalità e i sogni delle nuove generazioni di una vita migliore a rimanere illusioni.

Condividi:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn
Recenti

Articoli Recenti