Forse il quinto tentativo sarà quello buono per salvare i nostri oceani

Forse il quinto tentativo sarà quello buono per salvare i nostri oceani

Forse il quinto tentativo sarà quello buono per salvare i nostri oceani

Mentre l’Artico si sta sciogliendo, il livello del mare si sta alzando e la plastica sta distruggendo l’habitat di migliaia di specie marine, i leader mondiali si incontrano alle Nazioni Unite a New York per cercare di salvare gli oceani dal nostro sfruttamento, per la quinta volta.

Il 15 agosto si è dato il via ad una conferenza di 11 giorni per creare un nuovo trattato globale nell’ottica di disciplinare l’uso dell’alto mare e se accettato, metterebbe il 30% degli oceani in aree protette. Ma è un obiettivo che le Nazioni Unite sta cercando di raggiungere da circa dieci anni, sebbene l’assemblea generale abbia creato da tempo una bozza di trattato sono stati fatti pochi passi avanti nei negoziati.

Il trattato sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità in alto mare, si riferisce alle acque internazionali, uno spazio marittimo che non rientra nella zona sovrana di nessuna nazione. Circa due terzi dell’acqua mondiale è considerato “alto mare” ma soltanto l’1,2% di queste viene considerato area marina protetta.

Il nuovo accordo andrebbe però ad aumentare questa percentuale e questo provoca molta preoccupazione in alcune nazioni. La creazione di nuove aree marine protette potrebbe avere un impatto negativo sulle loro attività di pesca ed estrazioni minerarie, quest’ultima sta diventando sempre più importante per la produzione di componenti elettroniche sebbene diversi studi abbiano dimostrato che gli scavi possono essere tossici per la fauna marina. Nazioni come la Russia, Islanda e Cina sono favorevoli al trattato ma vogliono che sia esclusa la pesca in quanto essa rappresenta una parte significativa del loro PIL, la Cina ad esempio produce un terzo del pesce mondiale.

Non si tratta solo di aumentare le aree protette ma anche di combattere il cambiamento climatico, soprattutto per contrastare l’inquinamento da plastica che sta degradando gli ecosistemi naturali e minacciando la loro sicurezza alimentare. Inoltre, il trattato fornirebbe un accesso più equo alle nazioni senza sbocco sul mare alle risorse marine.

Ma i negoziati sono stati rallentati sia dalla pandemia che dall’inazione di alcuni governi che stanno trascinando le discussioni in un limbo. Per contrastare questa situazione la High Seas Alliance, una coalizione di 50 organizzazioni ambientaliste, intende rendere pubbliche le informazioni dei paesi che hanno rallentato le trattative. Mentre una coalizione di 50 stati tra cui i 27 dell’Unione Europea è stata formata con l’obiettivo di raggiungere un accordo definitivo del trattato.

Al momento già 50 nazioni si sono impegnate a proteggere il 30% dei mari del pianeta entro il 2030, purtroppo senza un accordo, questi impegni non avranno basi legali in alto mare. L’oceano ha un ruolo fondamentale nel contrasto del cambiamento climatico ma con l’acidificazione e la concentrazione di gas nei mari che hanno raggiunto livelli record l’anno scorso rendono l’esito di queste trattative determinante per il destino degli oceani nei prossimi decenni.

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