Dovremmo iniziare a rimuovere lo specismo dalla nostra quotidianità

Dovremmo iniziare a rimuovere lo specismo dalla nostra quotidianità

Dovremmo iniziare a rimuovere lo specismo dalla nostra quotidianità

L’hate speech è un fenomeno che possiede innumerevoli sfumature e che purtroppo ha trovato la sua massima diffusione nei social network. Può avere varie forme ma quella meno conosciuta, almeno per le persone non vegane, è il linguaggio specista. Abbiamo uno strano rapporto con gli animali nei social, per non parlare nella realtà, siamo felici quando vediamo un reel di un gatto e ci indigniamo alla vista delle condizioni negli allevamenti, ma allo stesso tempo perpetriamo violenza contro di loro soltanto usando il linguaggio. Dal momento che gli animali sono spesso maltrattati e sfruttati per scopi umani, perché il modo in cui parliamo di loro sarebbe importante?

Facciamo un esempio: Non esitiamo a chiamare le persone “esseri” umani ma raramente, se non mai, chiamiamo animali non umani “esseri animali”. Piuttosto, sono semplicemente indicati come animali per affermare l’idea che sono radicalmente diversi dagli umani e, come tali, sono necessariamente meno importanti degli umani.

Lo specismo è diffuso nella nostra società, alcune sfumature sono più sottili di altre. Quando categorizziamo gli animali in base allo scopo della loro proprietà (animali da circo, domestici, da laboratorio) non stiamo altro che attuando un travisamento della realtà oggettiva per giustificare un uso soggettiva.  Ma spesso serve anche a giustificare l’incitamento all’odio verso di loro nello stesso modo in cui si giustifica l’hate speech verso gli immigrati.

Alcuni potrebbero affermare che gli animali dovrebbero essere esclusi da questo paragone in quanto non sono persone, poiché persone significa “umani”. Ma c’è una forte somiglianza tra razzismo e specismo, gli animali infatti sono un gruppo sociale distinto che subisce costantemente abusi violenti e discriminazioni da parte dell’uomo a causa della loro appartenenza a un “gruppo esterno”. Se pensiamo poi anche agli effetti di queste violenze ci rendiamo conto ancora di più di questa somiglianza, basta notare come la fiducia degli animali verso gli umani si eroda dopo aver subito maltrattamenti.

Quando si tratta di danni causati dall’hate speech di solito pensiamo ad un danno psicologico o fisico concreto, ma nel caso degli animali questo potrebbe essere al momento difficile da constatare. Certo, è noto a tutt* che i cani e gatti sono sensibili al modo in cui gli umani parlano, ma questo ha più a che fare con il tono che con le parole esatte. Non per questo l’animale non può essere oppresso dall’hate speech, non è il danno che crea la vittima ma il contenuto linguistico in sé. Inoltre, i discorsi d’odio verso gli animali possono formare un ciclo di violenze perpetuo attraverso la normalizzazione di atti oppressivi, che inciterebbero altre persone ad assumere comportamenti specisti.

Lo specismo non è qualcosa di innato, è una ideologia che viene acquisita nel tempo attraverso soprattutto il linguaggio. I bambini tendono a diventare più specisti crescendo perché sono soggetti ad una quotidianità che mira sempre a dare un minore valore alle vite degli animali. Per quanto ci possiamo prendere cura dei nostri cani/gatti o mostrare maggiore rispetto verso animali come delfini e balene perché le riteniamo più “intelligenti”, questa posizione morale riflette semplicemente un’inclusione sociale.

Le parole hanno il potere di creare un mondo più inclusivo o di normalizzare la violenza, se lo specismo è la convinzione che una specie sia migliore di altre, allora il linguaggio specista è uno dei modi in cui questa ideologia entra e si diffonde nella società. Una revisione radicale del linguaggio specista è attesa da tempo e sicuramente saranno necessarie descrizioni completamente nuove che potrebbero non essere subito accettate dalle persone. Questo però non dovrebbe impedire al movimento antispecista di avviare una rivoluzione del linguaggio, già altri movimenti per la giustizia sociale hanno avviato simili trasformazioni avendo riconosciuto l’importanza del linguaggio nel modo in cui le persone emarginate sono rappresentate e trattate.

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