Abbiamo bisogno di più aree protette, quelle attuali non fanno abbastanza

Abbiamo bisogno di più aree protette, quelle attuali non sono abbastanza

Abbiamo bisogno di più aree protette, quelle attuali non sono abbastanza

Abbiamo protetto il 17% delle nostre terre e il 7% degli oceani ma per affrontare il cambiamento climatico e il pericolo di estinzioni di massa, dobbiamo necessariamente aumentare queste percentuali perché le aree protette attuali non fermeranno la crisi di estinzione.

Ad affermarlo uno studio pubblicato a giugno sul PNAS, che mostra come l’attuale rete delle aree protette non possa proteggere la gran parte dei mammiferi del mondo. I ricercatori hanno esaminato circa 4.000 specie di mammiferi terrestri e non volanti che vivono in aree protette e hanno scoperto che molte di queste aree erano troppo piccole o scarsamente protette perché gli animali potessero prosperare.

Le aree protette sono fondamentali per ridurre al minimo le estinzioni globali, soprattutto a causa della costante perdita di Habitat che mettono a rischio la sopravvivenza di gran parte della biodiversità terrestre. Ciò che principalmente fanno è garantire che i sistemi terrestri rimangano in equilibrio, assicurando l’umidità del suolo, creando l’ossigeno che respiriamo e l’acqua che beviamo e proteggendo l’interdipendenza tra le specie sia protetta e assicurata.

Secondo la ricerca la soluzione sarebbe quella di aumentare le dimensioni e il numero delle aree protette ma anche corrispondere alle esigenze degli animali. Infatti, proteggere piccole percentuali di terra rispetto ai grandi habitat in cui questi animali abitano normalmente non garantirà la loro sopravvivenza. Migliorare il sistema delle aree protette non giova soltanto alla flora e fauna, estendere la protezione al 30% delle terre fornirebbe un terzo delle riduzioni necessarie per limitare il riscaldamento globale e allo stesso tempo aumenterebbe la qualità dell’acqua in quanto si diminuirebbe la quantità di inquinamento da azoto derivante dall’uso di fertilizzanti.

Inoltre esse sostengono la nostra salute sia dal lato psicologico in quanto ci offrono spazi incontaminati per alleviare lo stress e fare attività fisica, ma anche da quello salutare poiché sono un cuscinetto naturale contro la diffusione delle malattie zoonotiche.

Tuttavia, raggiungere l’obiettivo di proteggere il 30% della superficie terrestre mondiale entro il 2030 necessita del supporto dei governi e non sarà facile convincerli. Un’area protetta andrà ad impedire attività commerciali come la deforestazione, la caccia e l’estrazione mineraria, comportando rischi economici per il benessere umano. Soprattutto quando si tratta di proteggere gli oceani in quanto le posizioni più importanti dove stabilire aree marina protette si trovano in zone economiche esclusive, dove la loro creazione porterebbe ad una riduzione dello sfruttamento della biodiversità ma causerebbe danni economici ingenti alle popolazioni in cui la pesca è l’unica fonte di entrate.

L’espansione delle aree protette può non essere fattibile per le nazioni dove le risorse destinate alla salvaguardia ambientale sono insufficienti, in particolare nei luoghi dove sono già presenti strutture simili che richiedono budget elevati.

I popoli indigeni e le comunità locali sono spesso le prime a sperimentare gli effetti della creazione di aree protette, per questo è fondamentale che sia presente un loro forte coinvolgimento nel processo decisionale, che secondo un rapporto di Expedite Justice fornisce risultati migliori nella conservazione e nella protezione dei diritti umani.

Attualmente le aree protette sono a rischio in tutto il mondo a causa di politiche sempre più intente a ridimensionare questi luoghi per poter produrre profitti dallo sfruttamento delle risorse naturali, ma senza di esse condanneremmo migliaia di specie ad estinguersi oltre alimentari la crisi climatica che porterà anche la nostra estinzione. Garantire il raggiungimento del 30% di aree marine e terrestri protette dovrebbe essere tra le prime priorità nell’agenda di ogni governo.

Fonti:

https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2200118119#sec-2

https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abl9885

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